Dopo la Procura della Repubblica di Tempio Pusania, anche i pm di Sassari hanno aperto un fascicolo di indagine sui contagi fuori controllo avvenuti all’interno dell’ospedale della provincia sarda. Tamponi fatti a tappeto su medici, infermieri e pazienti di interi reparti, a seguito della crescita esponenziale del numero degli infetti da Coronavirus, ha indotto i magistrati ad avviare un’indagine per il momento contro ignoti. I dati dicono che la provincia del Nord Sardegna segue un trend doppio rispetto a quello nazionale: il numero dei contagiati al 19 marzo è di 134 (+60 solo ieri), su un totale di 206 casi in tutta l’Isola. Molti di questi sono sanitari in trincea – è proprio il caso di dirlo – dell’ospedale sassarese. Ma altre positività consistenti si rilevano nell’ospedale di Olbia, dove sono stati contagiati 15 tra medici infermieri e pazienti del reparto di Terapia Intensiva, ancora nella struttura di Nuoro, dove si contano almeno 16 infetti, e diversi casi in due diversi nosocomi cagliaritani. Ce n’è abbastanza per dipingere il quadro preoccupante della sanità isolana che, come sembra accadere in tante altre parti d’Italia, è apparsa drammaticamente inerme di fronte all’avanzare del virus. 

I documenti che provano l’emergenza

Cosa sta succedendo? All’indice soprattutto la mancanza di Dpi (dispositivi di protezione individuali) necessari per preservare dal rischio contagio il personale medico e sanitario, e di conseguenza i pazienti, delle strutture ospedaliere, dove scarseggia anche l’essenziale: mascherine, calzari, tute, grembiuli e occhiali. Laddove si dovrebbe dare protezione, oltre alla buona volontà degli operatori, resta davvero poco. Già la scorsa settimana in un ospedale sardo veniva diramata una direttiva interna (foto sotto) con la quale si raccomandava “a tutti gli operatori di utilizzare gli appositi D.P.I. (guanti, occhiali, facciali filtranti, sovracamici etc.) solo quando necessario. Vista l’emergenza in corso – si legge nel documento in mano a Tiscali Newse la limitata disponibilità di Dpi questi devono essere utilizzati solo quando opportuno. Il pronto soccorso – è scritto ancora – ha in carico la funzione di filtro per gli eventuali casi sospetti per Covid-19“. E non si tratta di una raccomandazione, bensì un obbligo. La disposizione continua infatti precisando che “i coordinatori dovranno farsi carico di vigilare su quanto sopra detto e segnalare alla direzione l’uso improprio“. 

Uno stralcio del primo documento interno ospedaliero sull’uso dei Dpi

A una settimana da questa disposizione (datata 11 marzo) e a molti più giorni dalle prime evidenze sulla velocità di diffusione del Covid-19, poco è cambiato. Nel reparto di Pediatria dello stesso ospedale, dove lavorano 7 medici, 14 infermieri, 3 tra Oss e ausiliari, i Dpi in dotazione sono “5+3 mascherine FFP3, 3 Visiere, 5 mascherine chirurgiche con visiera, di cui 3 nello studio dei medici“. Lo si legge in un altro documento interno risalente al 16 marzo e che Tiscali News ha potuto visionare (foto sotto). In esso compare anche una nota scritta a penna con la quale si dà conto dell’avvenuta “consegna di altre 20 maschere FF3 totale 28“, più “3 tute“. E come già in precednza, la direttiva spiega che “nel momento in cui si decide di utilizzare le mascherine FFP3 (da utilizzare solo in caso certo o sospetto di Covid-19) deve essere avvisato il Direttore di struttura, la coordinatrice e la Direzione sanitaria“. E questo accade in un reparto di Pediatria, dove “i bambini arrivano spesso con sintomi influenzali che ben potrebbero coincidere con quelli del Coronavirus, ma noi non possimo saperlo”, dice una fonte che preferisce restare anonima. Insomma, nostante decreti legge, stanziamenti regionali, sequestri di container carichi di mascherine e tutto il macigno di consapevolezza sulla pericolosità dell’infezione, la situazione in corsia resta invariata. 

Uno stralcio del documento di Pediatria sulla disponibilità di Dpi oggi

La denuncia dei medici: “Massima insicurezza”

Alle procure di Sassari e Tempio è ragionevole pensare che si aggiunga presto anche quella di Cagliari, a cui alcuni giorni fa è stato presentato un esposto – arrivato anche all’Ispettorato del lavoro – con il quale l’Anaao-Assomed lamentava “la persistente grave carenza di dispositivi di protezione, in particolare specifiche mascherine con i filtranti respiratori e delle protezioni per gli occhi”. Per il sindacato dei medici bisogna spingere perché “le autorità vigilino sulla tutela della salute degli operatori sanitari”. A dar man forte intervengono i camici bianchi dell’Ordine di Cagliari, Oristano e Nuoro, che attraverso una nota dei presidenti Raimondo Ibba, Antonio Sulis e Maria Giobbe si dichiarano pronti ad avviare iniziative di autotutela “in mancanza di correttivi” come “la sanificazione di tutti gli ambienti in cui si svolga assistenza alle persone” e “dispositivi di protezione individuali (Dpi) e tamponi ad ogni operatore sanitario”. Attività necessarie e indifferibili che ad oggi non sono state ancora eseguite. I rischi li raccontano le cronache.

La Giunta mette il “bavaglio” ai medici

Domande che attendono risposte veloci e che seguono il “diktat” dell’assessore regionale alla Sanità, Mario Nieddu (ben presto imitato dal direttore generale dell’Ausl Romagna, Marcello Tonini ndr), con il quale, silenziando di fatto gli operatori degli ospedali impone che il personale non parli con i giornalisti o attraverso i social: solo la Regione potrà dare informazioni su quanto accade nelle strutture pubbliche. Nella direttiva indirizzata alle Direzioni generali delle Aziende sanitarie, ai direttori dei presidi ospedalieri e ai direttori dei reparti di malattie infettive, si dice infatti che ogni comunicazione sarà controllata e che “si chiede di avviare senza indugio opportuni provvedimenti disciplinari verso chiunque non si attiene strettamente a tale disposizione, ribadendo che qualunque attività comunicativa di codeste aziende deve essere autorizzata da questa Regione”.

Giornalisti e medici contro “il bavaglio”

Intento chiaro di tacitare l’informazione su quanto accade all’interno degli ospedali pubblici, denunciano l’Associazione della Stampa e l’Ordine dei giornalisti sardi in un comunicato congiunto a difesa “della libera consultazione delle fonti”. I giornalisti, è scritto nella nota, “ritengono il provvedimento un tentativo di limitare la libera manifestazione del proprio pensiero. L’art.21 della Costituzione – si legge – non può essere messo in discussione da nessuno, tanto meno in momenti delicatissimi della vita del Paese come quello che stiamo attraversando”. 

Presa di posizione che non è piaciuta nemmeno ai camici bianchi che, come riporta l’Agi, in 11 tra associazioni e sindacati di categoria, compresi l’Ordine dei medici di Cagliari e Oristano, in una nota parlano di “grave atto di censura“. E scrivono: “Mentre i nostri medici con tutti gli altri operatori sanitari, schierati in prima linea contro un nemico feroce e invisibile, chiedono, agli amministratori regionali, di essere protetti e difesi per poter svolgere con un po’ di sicurezza il proprio lavoro, arriva, invece delle mascherine, un bavaglio“. E chiariscono: “Se i medici non possono esprimersi, parliamo noi”.

http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/sanita-bavaglio/

Redazione BlogCQ24
Articolo della Redazione BlogCQ24

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