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Rossellini si presenta

Questo venerdì introduco più approfonditamente il cinema neorealista cominciando dalla figura di Roberto Rossellini, anche se questa definizione gli stava stretta.
Rossellini era una personalità complessa, con una immensa sensibilità verso il realismo, che per il cinaesta, era superiore a qualsiasi valore; non era interessato alla forma del film, per Rossellini la sostanza era data esclusivamente dalla verità, dalla realtà. Osteggiato, criticato aspramente per le sue scelte crude e ardite, per rifiutare una metodologia, se non appunto una rigorosa ricerca della verità, ebbe vita difficile, nonostante i riconoscimenti internazionali. Famelico di conoscenza e di comprensione di tutto lo scibile umano, curioso e studioso fino in tarda età, Rossellini non si curava di piacere agli altri, ma solo di essere coerente con se stesso.
Il brano che vi riporto è tratto dal libro” Il mio metodo” scritti e interviste a cura di Adriano Aprà di Marsilio Editori. Ne opero una sintesi dei tratti che maggiormente mi hanno toccata per quella capacità delle grandi menti di preconizzare il futuro.
Autoritratto a cura di Aurelio Andreoli  pubblicato su “Paese Sera”  anno 1977 (quotidiano di grande tiratura all’epoca che si leggeva anche a casa mia (ndr))
(…) Detesto osservarmi, descrivermi. Non sono un virtuoso del dialogo. Non sono un artista e neppure un intellettuale. Né mi sono mai ridotto a essere solo regista. Sono un uomo.(..) sono padre pieno di orgoglio, nonno. Ma non sono contento di me. Non sono contento neppure del mio tempo. Vivo a Roma, solo. Sono povero, ma ho quanto è necessario. Non sono mai andato a caccia di soldi. (…) Ho dieci venti libri sul tavolo, li leggo alternativamente(..) Sono curioso di tutto. (…) Ricordo la casa del quartiere Ludovisi, a Roma, dove nacqui ( 8 maggio 1906) (…) Eravamo in trecentomila a Roma. Al Pincio c’erano ancora i caprari, vigne, vacche e latterie. (…)
In famiglia ho avuto una formazione cristiana. Ma non ho mai creduto in Dio, non ho mai avuto fede. Oggi non rifiuto la radice culturale cristiana, che è una delle mie radici culturali. Non ricordo con piacere gli anni di scuola. (…) A giugno riportavo una votazione magra, ma sufficiente a non essere respinto. Solo quando mi liberai della scuola cominciai ad imparare qualcosa di veramente costruttivo. (…) La scuola in genere insegna poco. La vita insegna tutto. L’etimologia latina di educare è “educere” che vuol dire anche castrare. L’educazione è “castrante” per il semplice motivo che non dà valore all’unicità dell’essere umano. Le voce della stampa del cinema, della radio e della televisione, secondo i miei sogni dovrebbero divenire mezzi di diffusione della conoscenza.(…)
Sono un uomo di 71 anni. Ho acquisito alcuni principi indispensabili. Avverto le preoccupazioni del secolo. Mi affascina tutto. Non mi innamoro di nulla. Detesto raffinarmi. Sono libero di fare ciò che voglio. (…) Non ricordo il male che ricevo. Conosco personalmente i registi italiani ma non vado a vedere i loro film.
Credo nella tenerezza. La tenerezza: una vera posizione morale. Non accetto una forma d’arte che sia priva di dolcezza. La società oggi è inutilmente crudele. (…)
Ho continuato sempre a preoccuparmi dell’uomo, per questo ho iniziato la mia attività cinematografica. (…) Gli inizi furono difficili.(…)
Roma città aperta è il film della paura. Era paura vera: ero dimagrito di 34 chili, avevo fatto la fame; in me c’era lo stesso terrore che ho descritto nel film. Cercavo di prendere coscienza degli avvenimenti in cui ero immerso. Cominciai a girare “Roma città aperta”, di cui avevo scritto la sceneggiatura insieme ad alcuni amici, mentre i tedeschi ancora occupavano l’Italia. Girai quel film con poco danaro. Il film apparve in Italia nel settembre 1945. L’accoglienza della critica fu unanimemente sfavorevole. Ma a Parigi, due mesi dopo, “Roma città aperta” e “Paisà” suscitarono un entusiasmo che oramai non speravo più. (…)
Alla fine della guerra ci trovammo come in un deserto. Tuttavia il cinema neorealista riuscì ad essere vivo tra quelle macerie. (…)
Preferisco gli interpreti non professionisti. Guardo un uomo nella sua vita, lo fisso nella memoria. Davanti all’obiettivo è smarrito, dimentica se stesso. Il mio lavoro consiste nel ricondurlo alla sua vera natura, nel ricordargli i suoi gesti abituali. (…) Io comincio sempre con un primo piano: Poi il movimento di macchina che accompagna l’attore scopre l’ambiente. Allora si tratta di non lasciare più l’attore.
 
Interrompo qui la testimonianza di Rossellini su se stesso, per mostrarvi nella pratica filmica, come questo suo modo di essere si realizza. Un film lontano “esteticamente” dalla crudezza delle immagini del suo “periodo neorealista” termine mai amato dal regista, ma non lontano dalla sua esigenza etica della ricerca della realtà.
Ecco ora una sequenza dal film “Socrate”

Alla prossima!
Susanna Pistone VRN CFP C7A

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