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Di chi è figlio il femminicida?

 

In questa immagine Sofia Loren nel film “La Ciociara”
anno 1960 sceneggiatura De Sica Zavattini, regia Vittorio De Sica
Intanto i dati reali della violenza sulle donne statistica al 2014
http://www.repubblica.it/cronaca/2015/11/25/news/violenza_sulle_donne_femminicidi_in_italia_e_nel_mondo-128131159/
se preferite un video lo trovate in fondo.
Premetto che non ho alcuna pretesa di sviscerare il problema, ma è necessario prendere coscienza che la violenza sulle donne nasce anche in ambiti insospettabili.
Si tende ad addossare la colpa del femminicidio agli uomini. Si cerca di farli passare per malati mentali. Forse per una riduzione della pena. Si dice, genericamente:”E’ colpa di questa società malata!”. Chi mi legge e mi conosce lo sa. Detesto il concetto di colpa, preferendo di gran lunga il concetto di responsabilità. Questi uomini che uccidono le donne con giustificazioni più diverse che vanno dal:”Non posso vivere senza di lei – al – o con me o con nessun altro – al – se mi tradisci sei morta! , sono stati allevati da una famiglia. Una famiglia che dovrebbe passare dei valori ma che ha delle carenze di base, di comunicazione, di gestione emotiva, ha forse regole coercitive, sicuramente un’incapacità grave di empatia e di ascolto.
A livello sociale la cosa più crudele è sentire le donne che parlano di altre donne, dell’uso del sesso per avanzamento di carriera, del vestiario da accompagnatrice sessuale.
Ascolto le adolescenti sui mezzi pubblici, con un eloquio da scaricatore di porto, come se la parità si realizzasse assumenti un vocabolario truce e volgare.
Trovo che ci sia molta confusione tra ciò che siamo, come ci definiamo, come parliamo, come pensiamo. Il sessismo comincia dalla gravidanza:”Cos’è maschietto o femminuccia?” E qualsiasi sia la risposta c’è sempre un commento sessista: ”Femmina? Meglio, ti aiuterà col fratellino, maschietto? Ah un altro uomo in casa! Il terrore per una sessualità incerta come marchio sociale, quindi tutti i rafforzativi del caso, per stare tranquilli. Poi la culla, i colori per evitare la confusione, perché la confusione crea disagio. Poi i giochi da femmina e i giochi da maschio. Ai maschi è permessa e a volte incoraggiata, la violenza fisica, il gioco materiale. Se lo fa una “femmina” si sorride, ma dentro si pensa:”Questa bambina è un maschiaccio!”. Madri che vestono le bimbe come Barbie, le comprano schiere di Barbie, con modelli anoressizzanti. Madri che incitano i figli alla violenza in questa forma:”Se alza le mani, tu dagliene il doppio!”.
Perchè parlo di madri e non di padri, perchè la pedagogia insegna che la madre è il nido, l’accoglienza, l’amore.
Le madri che lavorano, le madri che devono avere molte responsabilità, le madri che non hanno tempo di crescere i propri figli, li affidano ai nidi, alle baby sitter ai nonni . I padri difficilmente sentono la responsabilità totale della crescita dei figli. Se si lavora entrambi, è la madre che seleziona la baby sitter, che sceglie le scuole, che parla con gli insegnanti, raro il contrario. Insomma, il maggior carico, tranne rare eccezioni, è delle donne che, non possono rifarsi al modello del proprio genitore di un tempo, molto più normativo, modello che non argomenta ma ordina, oggi poco proponibile.
Quindi a che modello si rifà oggi la madre?
Quella che non legge libri, che non si mette in discussione, che non cresce nelle responsabilità e nel ruolo e che, soprattutto è spesso sola a gestire i figli?
Il risultato diciamolo, non è spesso confortante, i modelli di comportamento confusi.  A volte rigidi, sulla stanchezza, a volte troppo permissivi.
Bambini che crescono fuori ma non crescono dentro, a livello emozinale non sanno gestire la frustrazione di un rifiuto.
Lancio molte ipotesi, dato che le motivazioni addotte dall’omicida per uccidere una donna sono diverse e non posso imputarle ad una sola motivazione/giustificazione. Intanto questi genitori vivono nel presente? Proiettano ambizioni sul figlio? Che valori gli hanno trasmesso? Gli hanno permesso di piangere? Gli hanno insegnato cos’è la frustrazione di un fallimento , a gestirlo e a superarlo?
Mi rendo conto che ho più domande che risposte, ma so che il femminicidio viene da lontano.
In India un antico uso portava la sposa, spesso molto più giovane, ad essere sepolta con il marito defunto. Nel mondo spose bambine,spose per procura, violentate e poi costrette al matrimonio riparatore. Donne stuprate per essere iniziate alla prostituzione. Donne infibulate, donne/bambine vendute per il turismo sessuale. Aborto selettivo in Cina, le femmine abortite. Potrei continuare. Il femminicidio è la punta dell’iceberg di una impreparazione psico/sociale a ciò che la donna è e anche a ciò che l’uomo dovrebbe essere e non è. Quello che so, nel mio piccolo di consulente familiare, è che ogni famiglia ha una sua responsabilità, quando mette un figlio al mondo e che insegnare al proprio figlio a gestire la frustrazione di un fallimento è la base per una crescita corretta. Ecco la mia ipotesi: Dietro a un femminicida c’è un genitore che non ammette la debolezza in un figlio, che non ammette un suo fallimento, né una sua frustrazione. Un genitore che non ha saputo leggere le fragilità, che ha fatto creare al femminicida una crosta dura su un carattere di melma. Niente di solido a cui appoggiarsi. Poi, finalmente arriva una ragazza, nella vita del femminicida e lui si sente finalmente maschio. Maschio, non uomo. Ma il femminicida confonde ciò che è essere maschio con ciò che è essere uomo, come crede che la società lo voglia, un modello confuso nella sua mente. Così, quando la relazione finisce il suo mondo crolla, fondato sulla relazione con lei, la vittima, che rappresenta , nel suo immaginario, ciò che lui è. Mancando lei, gli manca il terreno sotto i piedi. Non può permetterlo, a qualunque costo, tutto deve tornare come prima. Se questo non avviene allora lei non deve esistere più. Ipotizzo che pensi: ”Se lei non esiste io non ho mai fatto questo errore di credere, questo errore di pensare che lei era tutto. Lei deve sparire, non esistere più. Nessuno potrà compatirmi, guardarmi in quel modo, meno che meno, prendermi in giro.” Nel delirio momentaneo del rimettere le cose a posto, il femminicida compie un atto che era già in nuce, in qualche parte della sua mente dove la donna non è un essere senziente e consapevole, ma una costola dell’uomo. Così, questa costola, essendo parte di sé, si può eliminare senza problemi. E’ una mia ipotesi, ne parleranno in molti in tv, perché l’omicidio fa notizia, saranno tutti esperti. Ma Sara è morta come centinaia di altre donne.
Quante donne dovranno ancora morire prima che ogni famiglia si faccia carico delle sue responsabilità?
Il nucleo primario della società è la famiglia, se vogliamo curare la società, cominciamo da qui.
tratto dal mio blog
http://www.susannapistone.com/2016/06/08/di-chi-e-figlio-il-femminicida/
Susanna Pistone RR Lazio CFP C7A

 
 
 

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