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Sardegna

Immagina…  Sardegna Liberata

“Difesa migliore che usbergo o scudo, è la santa innocenza al petto ignudo.”

In queste parole di Torquato Tasso, tratte dal meraviglioso poema “La Gerusalemme liberata”, vi è tutto il senso dell’animo delle proteste, che in questi giorni stanno attraversando la Sardegna, promosse e organizzate dai produttori di latte ovino.

La Sardegna pur facendo parte a pieno titolo dell’Italia, è qualcosa a sé stante; è un luogo dove la natura e la storia dell’uomo, ha creato una zona franca, nella quale la bellezza del territorio e la particolarità dei suoi abitanti, emerge in tutta la sua forza, soprattutto quando si tratta di raccontare quella terra.

“Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi”.

Grazia Deledda ci ha raccontato una Sardegna che, per quanto possiamo cercare di provare a capirla attraverso anche le sue meravigliose parole, non riusciremo mai a comprenderla a pieno, semplicemente per il fatto di non essere sardi. Il sardo è un essere particolare che vive la sua terra, non semplicemente come un luogo dove nascere e crescere, ma come qualcosa che è insito nel suo Dna di isolano, non come mero campanilismo, ma come parte di se stesso, per il quale sempre e comunque sentirà su di sé, tutto il peso della responsabilità dell’esistenza di questo territorio. Il sardo è fiero della sua terra, stoico e orgoglioso, probabilmente anche per le influenze di tutte quelle culture che nei millenni hanno lasciato il proprio segno, sulla terra dei Nuraghi. Questo popolo ha sempre affrontato i propri problemi con dignità, anche quando le mancanze di uno Stato vigliacco, lo ha trasformato in oggetto della carità da parte di chi invece avrebbe dovuto investire su questa terra, non con assistenzialismo, ma con politiche strutturali di investimento su un territorio, che avrebbe moltissime possibilità di sviluppo. Invece costantemente ci ricordiamo della Sardegna e delle isole in generale, solo nel momento dell’emergenza.

Tanti anni fa l’America corse in soccorso della Sardegna, ed i sardi accettarono quell’aiuto con orgoglio, per non soccombere sotto una siccità che li avrebbe devastati. Pur essendo tanto fieri, non si sentirono umiliati da quella carità, perché all’epoca non vi era alcuna responsabilità umana per quello che stava succedendo sull’isola, dentro un’Italia, che stava cercando di rialzarsi dopo la Seconda guerra mondiale.

Oggi invece vediamo immagini di pastori che gettano il latte, con disprezzo verso le istituzioni e immane sofferenza verso quel lavoro, sporco, faticoso, sfiancante, che t’invecchia l’anima e ti ruba i sogni, che oggi è divenuto per loro non più una fonte di sostegno e realizzazione, ma un problema che non possono più portare avanti. Vedere che lottano per avere poche decine di centesimi in più al litro per quel latte, che poi le multinazionali trasformeranno in formaggi da boutique, da presentare sui tavoli a prezzi da gioielleria, accompagnati da mieli pregiatissimi, oltre ad essere totalmente assurda, è una cosa che offende non solo la dignità dei sardi e della Sardegna, ma anche e soprattutto quella dell’immagine che l’Italia si è creata nel mondo, anche grazie ai prodotti caseari come il pecorino sardo, che hanno contribuito a fare conoscere quel “made in Italy”, che oggi è l’unica piattaforma da cui la nostra economia si può rilanciare.

Questa società capitalistica, imperialista, gestita solo ed esclusivamente ad uso e consumo di chi può pagare, invece continuamente ci mostra la peggiore faccia di una società verticistica dove chi sta sopra, quasi sempre non ha la minima idea di quello che succede sotto di sé. Abbiamo il dovere di provare a cambiare le cose anche per tutte quelle persone che, come i produttori di latte sardi, continuano indefessamente a svolgere attività antiche, dalle quali dobbiamo ripartire se vogliamo veramente creare un mondo migliore.

E allora parafrasando Torquato Tasso, ripartiamo da una “Sardegna Liberata”, già dalle prossime elezioni regionali, facendo in modo che chiunque abbia avuto a che fare, anche minimamente, con lo strazio provocato su quell’isola, venga definitivamente e per sempre buttato fuori dalle stanze di potere regionali, per fare si che la Regione Sardegna, sia in futuro governata quanto meno da persone che non abbiano ad oggi, contribuito allo scempio di un’isola, che se fosse a Dubai, sarebbe il luogo di attrazione più importante al mondo.

La Sardegna è un’isola particolare abitata da un popolo particolare. Prendiamo spunto dai sardi e proviamo davvero a combattere per i nostri diritti, democraticamente, senza avere paura di sacrificare anche il “latte” che produciamo o che abbiamo da parte e vedrete che le cose inizieranno a cambiare davvero. I sardi ci stanno insegnando che si possono sacrificare le proprie pecore per cambiare il paradigma di questa società; ora sta a noi dimostrare a loro, che quelle pecore non siamo noi.

Chi non ha mai visitato la Sardegna, può immaginarla attraverso uno dei poeti più grandi che ci ha regalato la musica italiana, il quale, al culmine della sua carriera, ha deciso di trasferirsi proprio in Sardegna, dove poi è rimasto per l’eternità: Fabrizio De André:

“La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso”.

Daniele Lama Trubiano 2019©

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