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Il Pungolo… Segno?

“Ciò che si deve fare è dare l’opportunità alle persone di uscire dalla condizione di grande povertà nella quale versano con le loro forze. In tal modo esse conservano la loro dignità e acquistano fiducia in sé stesse”.

(Muhammad Yunus)

Al 1051 di via San Donato, nell’omonima località dove sono cresciuto in provincia di Lucca, oggi c’è una bella palazzina ristrutturata, con due porte che danno sulla via principale del paese, che raccontano probabilmente la vita di una delle tante famiglie italiane. Ma quelle due porte non hanno sempre dato accesso ad un’abitazione privata, ma per parlare di questo, devo fare un salto indietro di ben 45 anni. Chiudo gli occhi e così mi ritrovo a San Donato, alla fermata della “circolare”, come chiamamo noi a Lucca, l’autobus di città. Alle mie spalle vedo il “Bar Bertini” gestito da Giorgio, un omone che eroga caffè e bestemmie, nel tipico cadenzario lucchese. Rivedo perfettamente il bancone di fronte all’ingresso con Giorgio e Franco, il suo socio dai grandi baffi rossi, che per anni mi ha accompagnato alle scuole medie la mattina e poi nei pomeriggi mi ha allenato nella squadra di calcio del paese. Accanto al bar, andando verso la chiesa, sempre nello stesso stabile, la macelleria dei fratelli Matteoli, che il mercoledì diventa un luogo di immancabile ritrovo per tutti coloro che aspettano le loro salsicce di maiale. Poi la barberia di Aladino, più famoso per la sua avarizia che non per i suoi tagli di capelli. Infine, all’altro angolo dell’immobile, (dove oggi si trova la palazzina al 1051), una vetrina ed una vecchia porta di alluminio, ci avvisano di essere arrivati al negozio che è il vero fulcro dell’esistenza di ogni abitante di San Donato: “l’Alimentari di Marta”.

Entro all’interno della piccola bottega e ritrovo sulla destra il piccolo congelatore, che propone i primi prodotti surgelati, sulla sinistra gli scaffali con i prodotti alimentari a lunga scadenza, infondo sulla sinistra un piccolo reparto dedicato alla cartoleria ed alla scuola e di fronte all’ingresso il bancone con esposti i prodotti freschi. Qualche mozzarella, qualche ricotta, i formaggi, il latte fresco e qualche insaccato. Dietro il bancone, accanto alla stadera, con alle sue spalle le ceste con il pane e la focaccia, c’è Marta, una donnona alta e slanciata, con grandi boccoli scuri ed il suo grembiule “Fiorucci”, sempre in dosso. Davanti al bancone Marianna, una delle tante vecchiettine di paese, che sta acquistando il suo solito etto di prosciutto crudo, il latte e un pezzetto di pane. Io mi ritrovo ad aspettare il mio turno, in questo mio viaggio nel passato, per poter acquistare quel cremino, rivestito di carta color oro, che Marta propone ai suoi clienti, tagliato a fette. Nel frattempo, Marianna ha finito di fare la spesa e Marta le mette tutti gli oggetti in un sacchetto di plastica, che poi le porge girando intorno al banco, non prima di averle fatto la domanda che fa a quasi tutti i suoi clienti: “Segno?”.

Al gesto di assenso della vecchiettina, Marta apre il cassetto sotto il bancone ed estrae un piccolo quaderno rosso, sul quale va a scrivere l’importo odierno della spesa di Marianna. La donnina ringrazia ed esce dal negozio serena; anche per oggi ha fatto la spesa che pagherà come al solito a fine mese, quando suo figlio Pierino le porterà lo stipendio. È una cosa normale, la fanno quasi tutti e nessuno, nonostante le ristrettezze economiche di un’Italia che sta provando a rialzare la testa, sente offesa la propria dignità, per questa abitudine di dover procrastinare il pagamento della spesa alimentare.

Stamani, un’amica ha pubblicato una poesia che ha scritto lei, che mi ha fatto molto pensare:

<<Sono sicura mamma che piangeresti, sapendomi a far la fila alla dispensa dei poveri, come facevi tu ai tempi del dopo guerra. Come te anch’io ho la tessera, quella di povertà. Una volta al mese, faccio la fila, umile in mezzo a tanti poveri fuori dalla mia chiesa. E per un’ora, quel giorno,
lascio chiusa in casa, la mia dignità offesa!>>

Questa poesia che si intitola “la spesa”, mi ha fatto ricordare il quaderno di Marta e un tempo nel quale, quando non avevi i soldi per comprare quello di cui avevi bisogno, c’era un mondo che ti sosteneva senza giudicarti e soprattutto senza intaccare la tua dignità. Oggi, si dorme davanti ai centri commerciali per comprare l’ultimo modello di cellulare o per riuscire ad avere le scarpe da ginnastica in numero limitato, si passano le giornate a guardare uomini e donne che scimmiottano l’amore in televisione, oppure a rincorrere l’ultimo modello di Suv o la pietanza più preziosa nel locale più in. In tutto questo ci siamo dimenticati che accanto alla nostra “fortuna”, vi sono tante persone che ogni giorno combattono una guerra persa con la loro dignità, a causa di un sistema che pone al centro l’avere più che l’essere, formattandoci tutti in una sorta di statue di legno insensibili e immutabili.

Ecco che in questo disastro di assenza di altruismo, la poesia di questa amica, ci ricorda che nello stesso istante, in cui noi chiudiamo la porta di casa nostra a quelli che sono i problemi fuori, quasi che non vedendoli non esistessero, in realtà ci rendiamo complici di un sistema che, giocando con la vita degli esseri umani meno fortunati, sta cancellando la loro, ma anche la nostra dignità. Impariamo dalla poesia di Gabriella che “c’è tutto un Mondo intorno, che gira ogni giorno”, come cantavano i Matia Bazar, che soprattutto, “fermare non potrai”. Cerchiamo di fare in modo che le nostre abitudini, i nostri pensieri e soprattutto il nostro fare, possa davvero un giorno fare in modo, che nessuno debba più lasciare nascosta in casa, la propria dignità offesa.

 “Noi siamo ciò che pensiamo; così come desideriamo di essere, diventiamo!
Dai nostri pensieri, desideri ed abitudini, noi eleviamo al massimo la dignità divina della nostra natura oppure ci chiniamo per soffrire ed imparare”.

(J. Todd Ferrier)

 Daniele Lama Trubiano 2019©

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