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Sette dì: Allahu al akabar

“Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po’ di attenzione, a distinguerla dal volto”. (Alexandre Dumas)

Inizia oggi questa nuova rubrica, nella quale andremo a parlare di uno degli argomenti che sono emersi nel corso della settimana appena trascorsa. Oggi iniziamo parlando di Allah e di ipocrisia.

Credo che siamo tutti concordi nell’affermare che nei secoli a venire, se non cambierà qualcosa nel nostro modo di porci all’Islam, saremo destinati a soccombere sotto l’egida di un’invasione musulmana, probabilmente già iniziata e forse terribilmente sottovalutata. Spesso ci siamo spaventati nel sentire l’affermazione “Allah akbar” che è divenuta tristemente famosa quale metafora di un islamismo violento e terrorista, attraverso il quale abbiamo raggiunto la consapevolezza del rischio di un’invasione cruenta dei nostri territori. “Allah akbar” che noi interpretiamo con “Dio è grande”, errando perché questa affermazione scandita in questo modo, oltre ad avere un errore nella forma genitiva “Allah” che nell’accezione personale è “Allahu”, vuole significare letteralmente “La divinità è più grande di”, rappresentando quindi una frase incompiuta, che tra l’altro non ha nulla a che vedere con il terrorismo islamico. Tale affermazione viene poi collegata a quelle fazioni Jihadiste, che hanno deciso di adire alla “Guerra Santa (Jihad)”, semplicemente perché questi ultimi la utilizzano come marchio di fabbrica, per le loro azioni criminali; in realtà dentro quella frase, che correttamente dovrebbe essere scandita come “Allahu al akbar”, viene rappresentata l’anima dogmatica di quella grande religione che è l’Islam, che si presenta al mondo nella frase che descrive la grandezza di Dio.

Anche sulla grandezza divina credo che nessuno possa disquisire, sia che venga creduto alla sua esistenza sia che venga ritenuto inesistente, ma la potenza della religione islamica rispetto al territorio, alla politica ed alla gestione dei popoli, la possiamo verificare puntualmente, semplicemente paragonandola a quella che è la nostra concezione di società occidentale, oramai praticamente laica. Ecco che allora la frase “Allahu al akbar”, diventa non solo un riconoscimento della grandezza della potenza divina islamica rispetto ai territori ove si è affermata, che è scevra da qualsiasi ipocrisia, ma si trasforma anche e soprattutto nella constatazione di quanto invece la nostra società, pur di rispondere all’unico dio che conosce, ovvero il dio denaro, accetta di inginocchiarsi davanti all’altare della grandezza di “Allahu”, anche andando contro la propria laicità e soprattutto a tutti quei principi, per cui tante volte abbiamo visto poi schierarsi personaggi famosi, con simboli o disegni corporali, a  rappresentare un qualcosa che davanti ai soldi scompare o viene fatto finta di non vedere. Le società che si reggono sull’Islam, dove il dogma non si discute e non si pone mai al compromesso, mostrano quindi tutta la loro forza nel momento in cui vengono a contatto con la nostra cultura democratica occidentale, mirata esclusivamente al profitto, nella quale il compromesso e l’ipocrisia, invece risultano essere la base fondante di tutte le attività.

Così il 28 novembre scorso abbiamo visto dirigenti, manager, funzionari e tanti sportivi italiani, segnarsi il volto per ricordare i diritti e le violenze sulle donne, con una grandissima alzata di scudi contro tutte le situazioni in cui un becero maschilismo ancora oltraggia la donna nella nostra civile democrazia, per poi crollare miseramente sotto l’olezzo dei 28 milioni di euro, elargiti da uno degli stati definiti canaglia dalla comunità mondiale per il finanziamento al terrorismo jihadista, per poter avere il nostro calcio in quegli stadi, in un territorio ove le donne ancora oggi non hanno riconosciuti nemmeno quei diritti basilari, previsti dalla carta internazionale dei diritti dell’uomo.

Mentre i giocatori di Juventus e Milan il 16 gennaio prossimo giocheranno la loro finale di supercoppa italiana in territorio saudita e i loro manager insieme ai funzionari della federazione gioco calcio italiana si divideranno i primi 7 milioni di euro di quei 28 totali, legati ad un accordo quadriennale tra la Federcalcio e il regime saudita, le donne di quei territori continueranno ad essere picchiate, oltraggiate e violentate dai propri padroni, a non poter guidare, a non poter andare a volto scoperto, a non poter frequentare luoghi nei quali vadano anche gli uomini e soprattutto continueranno a non avere riconosciuta alcuna tutela istituzionale e sociale.

Ecco che allora dobbiamo capire che “Allahu al akbar”, più che un dogma islamico, deve rappresentare un monito per tutti noi. Se non riusciremo a capire la grandezza dell’Islam, entrando in rapporto paritario con chi lo pone alla base delle proprie istituzioni, aiutando questa religione a trasferirsi nell’era moderna, cancellando quelle parti in cui gli esseri umani ancora si dividono in padroni e schiave, alla fine, sotto i colpi dei milioni di dollari che questi signori ci rovesceranno addosso, ci ritroveremo nel giro di pochi decenni, con gli stadi ed i locali pieni solo di uomini, con le nostre donne insaccate dentro “pesanti” burka.

“Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra”. (Omero)

Daniele Lama Trubiano 2018©

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