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Il Pungolo: “Articolo Uno”.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Ieri, abbiamo ricordato la Festa della Repubblica, che ricorda il 2 giugno 1946, quando gli italiani chiamati a scegliere tra monarchia e repubblica optarono, o almeno così ci dice la storia, per la seconda. In realtà, dopo il regno dei Savoia, la parentesi del fascismo con la Seconda guerra mondiale, quel referendum istituzionale fu il promo momento democratico di svolta per il Paese, anche se alcuni ancora oggi asseriscono che la vittoria della repubblica, fu non solo pilotata, ma addirittura falsata da brogli elettorali. Del resto, cosa volevamo sperare per un Italia che ha sempre dimostrato un’incoerenza politica, sociale e comunitaria. Abbiamo una bandiera che invece di unire, al massimo tiene insieme ed un inno nazionale, che fino a poco tempo addietro, era addirittura provvisorio. Siamo l’icona della repubblica delle banane e molti degli eventi che si sono susseguiti in questi anni, hanno dimostrato quanto poco sia reale quella democrazia per la quale i nostri avi, hanno versato il loro sangue.

In questi settanta anni ci sono stati comunque grandi personaggi che hanno dimostrato il loro credo nella nostra nazione, ed alcuni di questi, statisti, giudici, poliziotti e giornalisti, hanno pagato anche con la loro vita il loro impegno democratico e di libertà. Una buona parte degli altri soggetti che avrebbero dovuto onorare lo stato democratico, ha invece galleggiato in un limbo spesso di mero interesse personale o di schieramento, che a volte addirittura ha dimostrato essere l’unico motivo del loro agire. Vi sono stati poi tutta una serie di soggetti, che hanno davvero creduto di poter indicare la via per la realizzazione di una grande nazione e sicuramente tra questi vi sono stati quegli statisti che il 27 dicembre 1947, portarono alla firma del Capo dello Stato provvisorio, l’avvocato Enrico De Nicola, il documento più importante per la repubblica, ovvero quella Carta Costituzionale, che entrò poi in vigore il successivo 1° gennaio 1948. Ma quanto è importante ancora oggi la Costituzione? La Costituzione è importante perché la legge fondamentale dello Stato: stabilisce i principi che sono alla base dell’ordinamento giuridico e la legislazione deve attuarle.

Se dobbiamo indicare i primi statisti veri che hanno programmato la nostra repubblica, quindi non possiamo che indicare i componenti dell’assemblea costituente, che hanno contribuito alla nascita della carta costituzionale italiana. Ma chi erano questi soggetti? Erano statisti, politici e partigiani, molti dei quali avevano fatto la Seconda guerra mondiale, che immaginavano, ognuno a seconda del proprio credo intellettuale e politico, di fare veramente il bene futuro del nostro paese. Chiaramente l’incipit personale era fortissimo e spesso nelle discussioni per la stesura della grande carta, le contrapposizioni politiche emergevano con tutta la loro forza. Nella scrittura della Costituzione, c’è stata certamente una forte pressione di coloro che erano i più moderati che hanno cercato ed ottenuto di miscelare le varie posizioni in un pensiero comune a volte non troppo lienare. È ben visibile, nelle linee guida della Carta, la tendenza all’intesa e al compromesso dialettico tra gli autori, anche se di uno dei principi fondamentali, che dovrebbe muovere una democrazia, in realtà nella nostra prima carta, non v’è traccia.

Quando poniamo le basi di qualche cosa, indicando i punti fondamentali da cui si dovrà muovere, al primo posto sicuramente dovremo mettere quello che riteniamo essere la cosa più importante e già da qui, la Carta Costituzionale dimostra una sua natura antidemocratica e soprattutto di compromesso; difatti se andiamo ad analizzare il primo articolo della Costituzione, troveremo le basi del pensiero dei due schieramenti di stampo repubblicano e marxista, basati sulla politica e sul lavoro, che hanno voluto rappresentare il proprio io ideologico, già dal primo punto della carta costituzionale, andando ad omettere in realtà quello che era davvero il primo punto, che avrebbero dovuto indicare in quell’Articolo Uno.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

 Se leggiamo con attenzione questo articolo, a parte l’idea di trovarsi davanti a due persone che lo hanno discusso, parlando uno di fragole con l’altro che rispondeva patate, la cosa che lascia perplessi è che a fronte di una seconda parte che ribadisce con forza che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, nella prima parte, invece, troviamo qualcosa che avrebbe anche potuto essere indicato nel corpo della Costituzione ma che poco aveva a che vedere, con il principio fondamentale delle leggi di uno stato. Certamente la visione del lavoro è sempre stata una forma di controllo delle masse, forse indispensabile nel dopo guerra in una nazione che aveva la necessità di essere ricostruita dalle fondamenta, ma noi oggi, che riteniamo superata l’esperienza del lavoro quale diritto fondamentale dell’essere umano, considerato che è dimostrato ampiamente che possiamo e dobbiamo vivere non per lavorare e nemmeno lavorare per vivere, ma al massimo oggi possiamo lavorare per migliorare, come tutte le teorie economiche avanguardiste ci stanno continuamente dimostrando. Ecco che allora l’apertura dell’articolo uno “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, denota chiaramente quello che si è dimostrato poi il vero rapporto tra politica e cittadini, con la prima a comandare ed i secondi a lavorare.

Riteniamo che oggi sia giunto il momento di modificare la Costituzione, partendo proprio da quell’articolo Uno, il cui testo deve d’impatto indicare quelle che debbono essere le caratteristiche di una nazione, che si vuole definire civile e democratica e che noi vorremmo semplicemente definire come uno Stato basato sull’Eticrazia. Quell’Eticrazia che deve assolutamente rimettere la classe politica al “servizio” del popolo, non più imponendo il proprio volere, ma imparando ad ascoltare le necessità e le problematiche del popolo, anche in ambito lavorativo, che parafrasando uno slogan degli anni Settanta, dovrebbe raccontare una nuova visione della vita futura dello Stato:

“Lavorare Meno per stare meglio Tutti”.

Se potessimo essere noi a cambiare la Costituzione, certamente è in quell’articolo Uno, che andremmo a mettere le mani, trasformandolo finalmente in un concetto che dimostri da subito la natura di servizio e di supporto, che dovrebbe tornare ad avere la politica, riscrivendolo in questo modo:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sull’ascolto della sovranità del popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

“Saper ascoltare significa possedere, oltre al proprio, il cervello degli altri”. (Leonardo da Vinci)

Daniele Lama Trubiano 2019©

 

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