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Cronaca

Buona Domenica a… “Io non sono Koulibaly”

“Avrebbe voluto vincere un’altra coppa dei campioni, una vera, per dedicarla a tutti i tifosi che erano morti in quello stadio”. (Mariella Scirea)

Gaetano è un calciatore che si muove con grazia ed eleganza, comandando la difesa e aiutando il centrocampo, sia nella fase difensiva ma anche in quella offensiva. Segnerà tanto per essere un libero, un ruolo oggi desueto, ma farà segnare anche tanti goal. Lo sa bene Tardelli quando nel 1982, segnerà il secondo goal alla Germania, proprio su un passaggio del mitico libero della nazionale, che quel giorno diverrà campione del mondo. Gaetano era una persona mite e riservata e quella notte, regalò a Marco Tardelli il senso della sua idea di calciatore: <<Ma tu ti rendi conto che da domani, chi mi incontrerà dirà “quello lì è un campione del Mondo!”>>.

Ci sono tre momenti che Scirea ricordava come i più importanti della sua carriera. Il primo fu quando Savoia, il libero titolare dell’Atalanta si infortunò seriamente ed il grandissimo allenatore Ilario Castagner, decise di spostare nel suo ruolo il giovane Scirea, posizione che lo avrebbe fatto diventare la leggenda che oggi noi conosciamo. Il secondo avvenne il 28 febbraio 1988, quando in occasione della partita Roma – Juventus, allo stadio olimpico di Roma, al minuto 70, Gateano si infortunò e l’allenatore Marchesi lo sostituì. Tutto lo stadio sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero visto Scirea in un campo di calcio e mentre lui stava uscendo dal campo, a testa bassa, gli si avvicinò un compagno di squadra e gli disse: <<Alza la testa, guarda lo stadio>>. Gaetano alzò la testa e fu allora che si accorse che tutto lo stadio di Roma era in piedi per lui ad applaudirlo; Gaetano non resse l’emozione e scoppio in un pianto liberatorio. Il terzo momento che ha segnato la vita di Scirea, uno dei più drammatici, si realizzò il 29 maggio del 1985 quando allo stadio Heysel, per la disorganizzazione delle forze dell’ordine, ci furono degli scontri dentro lo stadio, con centinaia di persone che rimasero schiacciate nella ressa che provocò la morte di 39 tifosi juventini. Quella coppa vinta dalla Juventus, servì solamente non provocare ulteriori morti, ma nessuno dei giocatori della Juventus, avrebbe mai sentito davvero di averla conquistata. Per Scirea, da quella giornata maledetta, il calcio sarebbe divenuto qualcosa di incredibilmente drammatico e per anni, il ricordo di quella tragedia, lo avrebbe torturato togliendogli il sonno e forse marchiandogli anche la carriera. Il grande campione per onorare quei morti, avrebbe voluto alzare un’altra coppa, per dedicarla a loro, facendo qualcosa di reale, di materiale, per fare in modo che nessuno avesse più a vivere situazioni del genere.

In questi giorni, la stupidità in cui è immerso lo sport più famoso al mondo, ci ha dimostrato per l’ennesima volta la bassezza e la inciviltà da cui siamo avvolti. Puntualmente l’ipocrisia che regna nella nostra società, ci ha portato ad assistere a manifestazioni di presunta solidarietà nei confronti di un giocatore del Napoli, reo di avere la pelle nera e per questo di essere stato fatto oggetto di cori razzisti. Ecco che allora tutti con i cartelli in mano a dichiararsi fratelli del grande calciatore partenopeo o a mostrare le foto in segno di fratellanza. Magari sono gli stessi che poi vorrebbero prendere a calci il senegalese che vende le borse al mercato o il nigeriano che sta al centro di accoglienza o magari quelli che scacciano i punk a bestia con i loro cani davanti alla loro casa, con la speranza che qualcuno magari sopprima quelle bestie, come è successo a Barcellona.

Il calcio e la nostra società sono talmente presi dal dimostrare di non essere qualcosa, da non comprendere l’importanza invece di fare qualcosa di reale per cambiare tutto questo sistema marcio. Oggi basta un cartello con scritto “Io sono Koulibaly” per tentare di fare credere che il problema venga affrontato.  Le problematiche che sono emerse nuovamente nello stadio Meazza nei confronti del giocatore napoletano, sono la punta dell’iceberg di una società dove le differenze sono qualcosa non da esaltare, bensì da denigrare, dove il diverso è pericoloso e il simile è colluso.

Siamo al 30 dicembre di un altro anno marchiato da morte, distruzione, razzismo e soprattutto dal menefreghismo. Ecco che io voglio gridare forte il mio “Io non sono Koulibaly” perché sono diverso da lui e nella nostra diversità c’è tutta la grandezza dell’essere umano. Non è mostrandomi con un cartello che mi pulisco la coscienza. Io non mi impersono in colui che subisce un abuso o una violenza, ma soffro terribilmente nel pensare di non poterle annullare. Così io allora grido “Je suisse Gaetano Scirea” perché è quel campione che voglio portare ad esempio alle generazioni future e come lui soffrirò fino alla fine dei miei giorni, se non sarò capace di alzare una coppa dei campioni, che rappresenti la vittoria di una società nella quale siamo tutti uguali, nella nostra diversità, con il valore del rispetto che sia sempre e comunque esaltato da tutti.

C’è un quarto momento della vita di Gaetano Scirea che noi ricordiamo con tanta sofferenza e fu quel 3 settembre 1989, quando dalla strada statale di Babsk in Polonia, ci arrivò la notizia che a soli 36 anni, Gaetano Scirea era morto in un incidente di auto, mentre andava ad osservare una squadra di giovani calciatori polacchi, per conto della Juventus.

Buona domenica a tutti ed in particolare a tutti coloro che questo mondo lo vogliono cambiare davvero e nel quale nessuno urli più a qualcun’altro per il colore della sua pelle o usi il nome di Scirea per oltraggiarlo sui muri, ma piuttosto per ricordarlo come ha fatto Alessandro Del Piero:

“A volte mi chiedo come mi vedono i ragazzi, i bambini. E penso che vorrei mi vedessero come io vedevo lui. Parlo dell’uomo, non solo dello straordinario giocatore. Perché questo, per me, vuol dire entrare nel cuore della gente, lasciare qualcosa che vada oltre i numeri. Il mio nome è vicino a quello di Scirea, bellissimo”.

Daniele Lama Trubiano 2018 ©

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