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[Il commento] “Non dimentico, spegnete tutto: me ne vado”. Perché questa non è più l’Italia di Celentano

Del tormentone Adrian si parla da anni, per la sua lavorazione lunghissima e tribolata. Se ne parla da mesi, cioè da quando la messa in onda su Mediaset del kolossal cartoon voluto da Adriano Celentano ha creato più di un grattacapo a quell’azienda televisiva (qua un riassunto fino alla prima sospensione). E se forse è un po’ troppo severo parlare come fa Aldo Grasso di flop epocale (qui alcune ragioni, a partire dalla puntata che ha visto al timone la De Filippi), puntata dopo puntata l’esito di Adrian certifica qualcosa che non si può più ignorare: l’Italia di Celentano non esiste più, sembra banale dire che il Paese, perfino un Paese lento, retrogrado e refrattario alle evoluzioni come il nostro, non sia più quello della via Gluck e dei primi palazzoni che nascevano con il boom degli anni Sessanta a rubare posto alla campagna e alle vacche e a dar spazio ai figli di contadini che arrivavano al Nord dal Meridione (è proprio il suo caso). Ma è così. Beninteso: non è l’Italia contadina, di allevatori, attaccata ai suoi riti di provincia ad essere del tutto scomparsa. Ma il Belpaese incerottato, scosso dai cambiamenti e rallentato da burocrazia ed età media avanzata, ha comunque un Dna in larga parte incompatibile con Adrian e l’immaginario del Molleggiato, fermo non a caso a mezzo secolo fa. 

Predicazione e risentimento: è ora di farla finita

Una delle ragioni che non portano il grande pubblico verso Adrian è che Celentano, che ha costruito sul proprio ego e sull’imprevedibilità la sua fortuna di cantante e attore (fra alti e bassi entrambi notevoli) è diventato prevedibile. Di lui si sa già tutto. L’intento predicatorio, la presunzione di insegnare il mondo agli altri, l’antimodernità, l’adesione al cattolicesimo un po’ insofferente ma tanto poi si torna in parrocchia, la nostalgia di un mondo pre industrializzazione tutto solidarietà e valori veri e solidi e quanto è bella la Natura, come se quel mondo non avesse durezze, ingiustizie e violenze al suo interno. Celentano non dialoga, insegna. Non incontra, si mette su un pulpito e fra una pausa chilometrica e l’altra conferma a se stesso il mondo in cui si è chiuso. Non vuole apparire, vuole predicare attraverso un cartoon costato un botto di soldi che al suo pubblico, il suo “Clan allargato”, non interessa. Perché è un pubblico di età non più verdissima, legato a Tex e a Cino e Franco, non a Blade Runner o a Matrix o alle distopie alla Black Mirror o a The Handmaid’s Tale, o ancora agli youtuber che mettono insieme manga, videogame, sociologia spicciola e lezioni su materie complesse in pochi minuti conquistando in maniera altrettanto spicciola i più giovani, quelli per cui Facebook è già roba per vecchi. Cosa che ha capito benissimo un altro non più giovane come Fiorello, che su Viva Rai Play mescola temi e ritmi.

Vivere male il presente, e il futuro che non assomiglia al proprio passato

La donna nella visione di Celentano è la ragazza, magari disponibile ed erotica, ma sostanzialmente rassicurante, etero, di casa, di famiglia, solo tua e tendenzialmente moglie, a cui già molti anni fa lui stesso predicava disastri siccome aveva in mente di mettersi con quelli dai capelli lunghi che arrivavano a guastare il bel mondo catto-provinciale e contadino che Adriano ha in mente (ricordate la polemica sulla canzone Tre passi avanti? O la visione femminile cupa di Yuppi Du?). Un mix di predicazione e risentimento, quello di Celentano, che da 81enne vive male il presente e con preoccupazione il futuro prossimo perché non assomiglia al suo passato. E che se non viene osannato punta il dito: “Non ho dimenticato. Sapete che c’è? Spegnete tutto, me ne vado”. Ma poi non lo fa. 

L’Italia di Elvis, di Jerry Lewis e del biliardo a stecca

Se dai un prodotto venduto come futuribile (il cartoon Adrian) ad un pubblico di sessantenni che ama la tua voce (sempre bellissima) e vuole solo vederti cantare magari senza dimenticare i testi, sbagli bersaglio. Se pretendi con quel cartoon, già datato nell’impianto, di conquistare chi è cresciuto a pane e Neon Genesis Evangelion sbagli due volte. Se ti appoggi ad uno stuolo di ospiti eccellenti (De Filippi, Bonolis, Giletti, Chiambretti eccetera) per risollevare le sorti della tua scommessa, stai già ammettendo la tua debolezza. La tv non è una scienza perfetta, capita sovente che ci sia da aggiustare il tiro di uno show in corsa. Pretendere che un intero mondo, ormai cambiato, torni indietro di fronte alla visione retrograda di un’Italia che ascoltava il rock and roll di Elvis o ballava il valzer nelle case degli operai immigrati dal Sud (non a caso in fuga dalla durezza delle campagne) ridendo sui film di Jerry Lewis, è voler stare testardamente fuori dal tempo. Non con nostalgia, ma con intento di bastonare tutto ciò che è fuori da quel perimetro. Che è il perimetro dell’immaginario bar di quartiere in cui si gioca a biliardo a stecca, si telefona con l’apparecchio scuro della Sip appeso al muro e gli amici si stringono attorno ad Adriano per confermare sempre e comunque tutto quello che ha in testa. Se no spegne tutto e se ne va.   

http://spettacoli.tiscali.it/televisione/articoli/perche-questa-non-e-piu-l-italia-di-celentano/

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Fabrizio Bassanesi
Nato nel maggio 1972 (Toro ascendente Leone) rivela subito doti di ribelle "a modo suo". Diplomatosi ragioniere, intraprende subito la carriera di venditore che non ha mai lasciato. Dal 2007 si occupa di formazione ad aziende e persone.
http://amicoganoderma.net/

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