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Cronaca Politica Veneto

[Il caso] La grande promessa del ministro: “Entro febbraio riformiamo processo civile e penale”. Ma ignora l’appello del Presidente Mammone: “Nessuna regressione sui diritti umani”

“Entro metà febbraio presentiamo la riforma del processo penale e anche di quello civile. Tutto insieme, un unico disegno di legge delega. Obiettivo: speditezza, efficienza, snellimento delle procedure. Per la tutela dei diritti dei cittadini e per la ripresa economica del paese”. L’esordio del governo del cambiamento tra gli ermellini della Cassazione non poteva più essere più scoppiettante. Il ministro Alfonso Bonafede ha annunciato, nel giro di 3-4 settimane, un nuovo processo penale e anche civile. Il disegno di legge delega è un libro che si sa quando inizia ma difficilmente se ne conosce la fine. E ogni governo, nella seconda Repubblica, ha annunciato e non sempre realizzato la tanto attesa riforma della giustizia. Bonafede però si sente pronto e con le carte in regola per ribaltare la percezione per cui 7 italiani su 10 non si fidano del sistema giustizia. Per non dire di quel 90% convinto che la corruzione sia ovunque, perché “a occhio nudo si può vedere una mazzetta dietro ogni ponte, strada o scuola che crolla”.

Anche i ministri Tria e Bongiorno 

La promessa del Guardasigilli viene declinata nell’aula magna al secondo piano della Corte di Cassazione luogo dove ogni anno di questi tempi si celebra il rito solenne dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. In prima fila, oltre al presidente Mattarella, i cardinali, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e le massime cariche giudiziarie, ha colpito la presenza del ministro dell’Economia Giovanni Tria e quella del ministro per la Funziona Pubblica Giulia Bongiorno, il Guardasigilli-ombra che Salvini amerebbe tanto vedere al posto di Bonafede in via Arenula. Chi si aspettava reprimende per l’insubordinazione del ministro Salvini rispetto ai magistrati di Catania (e non solo) è rimasto deluso. Chi era sicuro di vedere scintille con la grande famiglia dell’avvocatura che ha da poco denunciato il Guardasigilli per il video “emozionale” sull’arresto di Battisti e gli ha dichiarato guerra per la riforma della prescrizione, è rimasto ugualmente deluso. Si sono uditi, qua e là nei vari interventi, inviti ed auspici ma i toni sono stati bassi e mai di sfida. Plastica, invece, fin tropo evidente l’opposta prospettiva, del governo e degli organi giurisdizionali, rispetto alla questione giustizia.

Sorpresa: le “vecchie” riforme funzionano

Opposto, ad esempio, il modo di leggere i dati. Per il Guardasigilli quello che inizia è “l’anno zero” di un sistema giustizia che “deve recuperare credibilità per restituire centralità ai diritti dei cittadini”. La giustizia è e resta una zavorra per il sistema Paese, ma negli ultimi anni le cose sono migliorate. Lo dicono i dati. Il primo presidente Giovanni Mammone ha sottolineato come sia nel civile che nel penale ci siano stati cali vistosi. L’arretrato dei procedimenti civili si è quasi dimezzato in dieci anni passando “dai circa 6 milioni del 2009 ai poco più di 3 milioni e 600 mila al 30 giugno 2018”, un taglio percentuale del 4,85%. I dati sono stabili dinanzi ai giudici di pace e alle corti d’appello”. In calo (4 %) anche l’arretrato del penale che però mostra un aumento dei tempi nel primo grado (da 369 a 396 giorni, +17,5%). Buone notizie anche dal fronte “prescrizione”. Il primo presidente registra una loro diminuzione aggiungendo che “non hanno ancora inciso le sospensioni di 18 mesi per ciascun grado di giudizio” introdotte con la riforma del codice penale del governo Renzi (ministro Orlando) e applicabili per i reati commessi dopo il 3 agosto 2017. Insomma, le riforme del codice e della procedura penale iniziate nel 2014 e concluse nel 2017, stanno dando i loro risultati. E sulla prescrizione non è ancora possibile misurare tutti gli effetti perché è troppo presto. Il punto è che nell’arco di un anno, dal gennaio 2020, quelle riforme che stanno dando buoni risultati saranno cestinate per far posto ad altre. Un susseguirsi di modifiche che non fa bene al diritto ad avere giustizia e alla percezione della giustizia.

Il “giallo” delle prescrizioni 

Non è chiaro in base a quali dati il ministro della Giustizia sostiene invece il contrario, e cioè che il numero dei processi “cestinati” per intervenuta prescrizione del reato è in aumento. Tanto da rendere urgente e improcrastinabile la riforma (sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio) che è quasi costata una crisi di governo. Il primo Presidente ha sottolineato che “non è ancora possibile esprimere un giudizio sulla riforma della prescrizione (quella di Bonafede che entrerà in vigore da gennaio 2020), e che comunque deve essere accompagnata da altri interventi, primo tra tutti l’accelerazione dei processi”. Ancora più esplicito il procuratore generale Riccardo Fuzio. Per il “capo dei pm” è “un’idea condivisibile la sospensione (anche amplissima) della decorrenza della prescrizione dopo il primo grado di giudizio”, guai però se dovesse restare una misura “isolata”.

Un “ibrido” in una “sinfonia quale è il processo penale”. Perché sia efficace, ha suggerito il Procuratore generale.  “Occorrerà che siano rimodellati tutti i tempi ragionevoli del processo, da quelli dell’impugnazione a quelli dell’azione”. Che sia ripensato il processo. Motivo per cui la Lega a suo tempo, il ministro Bongiorno presente alla cerimonia, aveva chiesto che le due riforme, processo e prescrizione, andassero insieme. “Il problema della prescrizione esiste ed è serio, ma non può essere risolto con slogan, riforme emotive e prive di ratio” ha chiarito Fuzio. Bonafede non ha fatto una piega. Come quando la stessa richiesta, con parole diverse, è arrivata dal presidente del Consiglio nazionale forense Andrea Mascherin che ha toccato un altro tema che attraversa l’azione del governo gialloverde: “Guai a sacrificare le garanzie in nome dell’efficienza dei processi”.

“Diritti umani”: dimenticanza, distanza, scelta politica?

I diritti delle vittime e dei cittadini guidano certamente l’azione del ministro Bonafede. Nel suo intervento in Cassazione, ma anche l’altro giorno in Parlamento, il Guardasigilli ha però dimenticato i diritti umani che sono invece al centro delle cronache e del dibattito politico relativamente al dossier migranti. Tema cui invece il Primo Presidente ha voluto dedicare l’inizio della sua relazione. “Evitare ogni regressione in materia di diritti umani – ha ammonito – è un compito che la comunità internazionale ha messo in esplicita evidenza nel recente vertice G20 di Buenos Aires dove per la prima volta hanno partecipato i rappresentanti delle corti supreme dei paesi partecipanti”. E questo tanto per dire quando la questione sia sentita e delicata. In quei momenti, mentre Mammone parlava, la “Sea Watch 3” faceva ingresso, come suo diritto in base ai Trattati internazionali, nelle acque del “porto più sicuro e più vicino” (Siracusa) senza però aver la possibilità di attraccare e far scendere i 47 migranti. “E’ compito degli Stati moderni apprestare strumenti idonei per dare risposta alla richiesta di tutela che gli individui  richiedono per i loro diritti” ha aggiunto Mammone osservando che “funzione della Corte e dei giudici non è solo quella di affermare i diritti ma anche quella di sollecitare ciascuno, nella scrupolosa attuazione della legge, ad adempiere ai doveri, richiamando i soggetti pubblici e privati all’assolvimento dei compiti che ad essi fanno capo nell’ordinamento dello Stato e nel contesto sociale”.

Il convitato di pietra

Con delicatezza il Primo Presidente ha così affrontato lo scomodo “caso Salvini”, il ministro dell’Interno nei cui confronti il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto di procedere per abuso di potere e per il sequestro dei migranti tenuti ostaggio lo scorso mese di agosto sulla nave Diciotti. Salvini ha attaccato i magistrati, rivendica al suo ruolo politico, l’autonomia di decidere la linea politica sui migranti al di là e oltre i Trattati internazionali e il rispetto, appunto, dei diritti umani che invece il Primo Presidente vede pericolosamente sotto attacco. Il Caso Salvini è stato il convitato di pietra di tutta la cerimonia. Evocato, mai nominato, anche dal vicepresidente del Csm David Ermini che ha sottolineato come “l’autonomia delle toghe sia un bene prezioso” e come sia “una nuova emergenza” l’aumento dei ricorsi dei migranti che si vedono negare la protezione internazionale (+512%). L’appello a non delegittimare toghe e giudici è arrivato anche dal procuratore Fuzio. E il segretario dell’Anm Francesco Minisci, che ha chiesto “rispetto e di abbassare i toni”, ha invitato il ministro ad aiutare i tribunali in difficoltà per il boom dei ricorsi. Il ministro Bonafede ha del tutto ignorato la questione. Dimenticanza? Distanza? Scelta politica? Salvini ha fatto pervenire la sua risposta. “Timore di una regressione sui diritti? Macché, stiamo invece progredendo”. La nave Sea Watch è ancora in mare, onde alte e vento gelido.

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Fabrizio Bassanesi
Nato nel maggio 1972 (Toro ascendente Leone) rivela subito doti di ribelle "a modo suo". Diplomatosi ragioniere, intraprende subito la carriera di venditore che non ha mai lasciato. Dal 2007 si occupa di formazione ad aziende e persone.
http://amicoganoderma.net/

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