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Sulle tracce dei mesoplodonti del Mediterraneo

Sono tra le specie più affascinanti e misteriose che nuotano negli oceani. Campioni di immersioni in profondità, schive ed appartenenti al gruppo meno conosciuto di grandi mammiferi che abitano il Pianeta, al punto che non ci sono dati sufficienti per descriverle e capirne numerosità, abitudini e diffusione. E sono per questo inserite nella lista rossa delle specie minacciate della Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura).

Stiamo parlando dei mesoplodonti, il genere più numeroso dell’ordine dei cetacei che comprende ad oggi una quindicina di specie. Di lunghezza non superiore ai 6-7 metri, sono così chiamate per un elemento che caratterizza gli esemplari maschi, ovvero una vistosa coppia di denti sporgenti dalla mandibola, talvolta talmente sviluppati da impedire alla bocca di aprirsi agevolmente.

Costituiscono la parte più ampia della famiglia degli zifidi, la maggior parte dei quali è ancora sconosciuta al mondo scientifico. Sono anche dette “balene dal becco”, per via della forma allungata e particolare del muso, che sanno sapientemente utilizzare per catturare le loro prede più comuni, ovvero i calamari, adottando un meccanismo di aspirazione all’interno della

bocca, essendo questi odontoceti privi di una diffusa dentatura.

Per riuscirci sono capaci di performance straordinarie. Detengono innanzitutto il record di immersione in profondità senza temere pressioni enormi, come è stato osservato per il mesoplodonte di Blainville (Mesoplodon densirostris) e per il “cugino” zifio (Ziphius cavirostris), in grado di scendere negli abissi fino a 3 mila metri trattenendo il respiro per oltre due ore. Ma anche di compiere ripetute immersioni ad una profondità media di 1400 metri per circa un’ora, dopo aver sostato in superficie solamente per pochi minuti, come hanno recentemente scoperto un gruppo di ricercatori della Duke University nel North Carolina.

Il fatto di vivere in mare aperto e di stare poco in superficie fa si che questi cetacei siano difficili da avvistare e riconoscere. Ogni segnalazione, in particolare di mesoplodonti, assume quindi particolare rilevanza, soprattutto se avviene in bacini relativamente chiusi quali il Mediterraneo, dove ci sono stati solo due rilevamenti di esemplari vivi, nel 2010 e nel 2012.

Si tratta del mesoplodonte di Sowerby (Mesoplodon bidens), i cui avvistamenti solo recentemente sono stati identificati con certezza, come spiegato in un articolo pubblicato sul Journal of the Marine Biological Association of the United Kingdom da un gruppo di ricercatori italofrancesi del DIPNET dell’Università di Sassari, del SEAME Sardinia di La Maddalena e del GREC di Antibes.

I due esemplari sono stati fotografati durante escursioni al limite tirrenico meridionale del Santuario Pelagos (ampio tratto di mare compreso tra nord Sardegna, Toscana, Liguria e Costa Azzurra francese per la protezione dei mammiferi marini che lo frequentano), seguendo verso nord est il cosiddetto “canyon di Caprera”, su fondali profondi un migliaio di metri. Poiché nuotavano insieme ad esemplari di zifio (facenti parte della medesima famiglia), inizialmente sono stati confusi con questa specie e solo successivamente, grazie alle evidenze fotografiche, è stato possibile individuare i mesoplodonti.

“Riteniamo che ci possano essere interazioni specifiche fra zifii e mesoplodonti, peraltro in un tratto di mare dove, probabilmente, vi è una delle maggiori concentrazioni di zifii nel Mediterraneo, come abbiamo potuto rilevare dai nostri studi e dalle nostre uscite in mare aperto. Considerando gli esemplari spiaggiati in precedenza, possiamo ritenere che il Mediterraneo rappresenti il margine orientale più esterno nella distribuzione del mesoplodonte di Sowerby nel nord Atlantico”, ha riferito Luca Bittau, ricercatore del SEAME Sardinia. Questa specie, prima era stata avvistata spiaggiata solo due volte: un esemplare nel 1927 sulle coste laziali e due, nel 1996, vicino a Cannes. Ancor più rare, sono le due segnalazioni nel Mediterraneo del mesoplodonte di Gervais (Mesoplodon europaeus), una nel 2001 nella costa livornese e l’altra, la più recente in assoluto, nella costa egiziana della Provincia di Matrouh nel settembre 2018.

Restano invece uniche e sempre riferite ad animali spiaggiati, quelle del mesoplodonte di Blainville (Mesoplodon densirostris), avvenuta nel 1980 sulla costa spagnola di Alcossebre, del mesoplodonte di True (Mesoplodon mirus) nel 2016 nelle coste turche e del mesoplodonte di Travers (Mesoplodon traversii, una delle specie di cetaceo più rara al mondo, non ancora rinvenuta viva in mare) nel 2017, nelle coste marocchine vicino ad Al Hoceima.

Nei casi più recenti, considerate le difficoltà nell’individuare esattamente la specie, sono attese conferme dall’analisi genetica dei campioni prelevati dai corpi ritrovati sulla battigia, dove spesso finiscono questi animali. A quanto pare, non sempre per cause naturali, come suggerisce il caso del giugno 2016 in Turchia, considerato uno dei più significativi episodi che hanno riguardato spiaggiamenti di zifidi nel Mediterraneo.

Nel Journal of the Black Sea, un gruppo di studiosi dell’Università di Istanbul ha riferito di quattro cetacei (mesoplodonti e zifii), di lunghezza intorno ai 5 metri, nell’arco di una ventina di giorni arenatisi nelle coste turche bagnate dall’Egeo, più a sud, fra Turchia e Cipro, ed a Creta. Negli organi interni di alcuni di loro, sono state trovate buste di plastica, nonché ami e lenze di palamiti d’altura. Una conferma di quanto l’attività antropica possa essere deleteria. E non solo per l’ingestione di oggetti alla deriva, forse scambiati per prede. Tra le cause degli spiaggiamenti ravvicinati, infatti, gli studiosi, non hanno escluso la possibile influenza di operazioni militari che si svolgevano nel Mediterraneo Centro-orientale in quel periodo.

Le statistiche riportate dai ricercatori turchi non sono incoraggianti, con una trentina di esemplari di zifio che, dal 1996 al 2014, sono finiti arenati sulle coste tra il mar Ionio, le isole greche dell’Egeo e Creta. Non è la prima volta che si materializza una correlazione fra l’utilizzo di apparecchiature militari e gli spiaggiamenti delle “balene dal becco” e di altri cetacei. Quando i potenti sonar antisommergibili delle navi vengono attivati, gli odontoceti potrebbero essere disorientati e subire gravi danni agli organi uditivi, rendendo insopportabile la permanenza in profondità al punto da costringerli a risalite forzate verso la superficie tali da provocare embolie letali.

Questa eventualità potrebbe aver portato anche all’inusuale spiaggiamento di massa, avvenuto tra l’estate e l’autunno 2018 lungo le coste di Irlanda e Scozia, dove, nell’arco di due mesi, sono finiti in secca 80 carcasse di zifio e mesoplodonte di Sowerby. Quello che è stato definito “un insolito evento di mortalità”, secondo gli esperti dell’Irish Whale and Dolphin Group sarebbe stato provocato non da cause naturali, ma da operazioni compiute da navi da guerra in oceano Atlantico, che potrebbero aver ucciso un numero di cetacei ben superiore rispetto a quelli portati dalle correnti sui litorali. Un danno incommensurabile, considerando la rarità e la scarsità di informazioni su questi sfuggenti abitanti degli abissi.

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2019/03/22/news/sulle_tracce_dei_mesoplodonti_del_mediterraneo-4343324/?rss

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Redazione BlogCQ24
Articolo della Redazione BlogCQ24

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