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I villaggi indiani che vivono in armonia con i leopardi

Le probabilità di vedere un leopardo a Bera, nell’India Nord-occidentale, sono del 90%. Lo racconta Shatrunjay Pratap, ex produttore di vino oggi conservazionista e cameraman che si occupa di fauna selvatica. Sul momento, si hanno tutte le ragioni per pensare che stia scherzando. Non solo non ci troviamo in una riserva naturale, ma la regione pullula di persone e bestiame. Non è propriamente l’habitat di un grande predatore.

Eppure questa regione di pastori, grande neanche 20 chilometri quadrati e situata sulle colline Aravalli tra le mete turistiche di Udaipur e Jodhpur, ospita la più grande concentrazione di leopardi del Pianeta. Sono 50 quelli che vivono qui, sulle rocce che sporgono tra i campi irrigati e la spinosa vegetazione desertica.

“I visitatori sono increduli”, racconta Pratap, che gestisce un alloggio per i turisti che vengono a vedere i leopardi. “Ci sono persone che in anni e anni di safari in Africa non hanno mai visto un leopardo, e nel giro di un’ora o due dal loro arrivo qui gliene mostriamo uno, a volte due”.

La presenza cospicua di leopardi è dovuta al rapporto unico con gli abitanti dei villaggi. Casta tribale di allevatori semi-nomadi e pastori, devoti induisti,

si pensa che i Rabari abbiano migrato dal Rajasthan all’Iran attraverso l’Afghanistan mille anni fa. In particolare venerano Shiva, dio delle cose selvagge, avvolto in una pelle di leopardo.

Il continente indiano ospita 14.000 leopardi, che negli anni ’60 erano appena 6-7.000. Come tutta la fauna selvatica indiana sono protetti dalla legge, un riflesso dell’ahimsa induista, ovvero la non violenza. Ma mentre i leopardi aumentano, così crescono i conflitti tra umani e animali. Tra il 1995 e il 2017 la Wildlife Protection Society of India ha registrato 4.373 leopardi morti, cacciati di frodo per il traffico di parti del corpo, usati per realizzare medicine e afrodisiaci, o uccisi da agricoltori e allevatori per paura o nel timore che attaccassero il bestiame.

Ma a Bera non è così. Quando i leopardi si introducono nei recinti di notte e trascinano via un prezioso vitello, una capra o una pecora, gli abitanti si accontentano del modesto risarcimento dello State Forestry Department. Circa 28 dollari per una capra o una pecora, 70 per un vitello, 280 per un toro o un cammello. Meno della metà del prezzo di mercato. A volte non chiedono il risarcimento e considerano l’animale un’offerta al dio. “Se un leopardo uccide il mio bestiame, Lord Shiva lo raddoppierà”, dice Kesa Ram, 27 anni.

Un leopardo sopra un altare a Bera, dove questi grandi felini e gli uomini vivono pacificamente fianco a fianco. Fotografia di Shatrunjay Pratap

Comprensione reciproca
I leopardi, in cambio, sembrano non considerare gli umani una minaccia. Altrove, in India, ogni anno 90-100 persone vengono uccise e quasi 1000 ferite dai leopardi. Ma a Bera non si verifica un attacco da più di un secolo, a parte un incidente 20 anni fa, quando un leopardo ha afferrato una neonata di un anno nel villaggio di Vellar. Ma la famiglia si ritiene responsabile, avendola lasciata all’aperto, di sera, vicino al capanno del bestiame. Quando hanno urlato, il leopardo l’ha lasciata cadere ed è scappato.

Altrove, in India, non è raro che tigri e leopardi vengano uccisi con pezzi di carne avvelenati. Ma i Rabari pensano sia il loro dharma – il dovere religioso – rispettare la fauna selvatica e nutrire pavoni selvatici e langur nei templi. Al contempo, i leopardi tengono le antilopi azzurre, i cinghiali e le gazzelle indiane lontani dalle coltivazioni di cotone, mais, grano, senape e arachidi.

Data l’abbondanza di bestiame e cani randagi, il numero di leopardi è più alto nei villaggi di Bera che in qualsiasi riserva naturale. Di recente una femmina ha avuto quattro cuccioli, un record mondiale. Si comportano anche in modo diverso: normalmente sono animali solitari, ma a Bera è possibile vedere anche cinque adulti insieme.

Il turismo è ancora modesto e ben accetto dai locali. Gli uomini lavorano come tracker e avvertono gli hotel quando ci sono avvistamenti. Le donne lavorano negli hotel come cameriere e cuoche, ottenendo l’indipendenza economica per la prima volta. “Con i turisti che arrivano a vedere i leopardi, noi donne stiamo iniziando a lasciare le case per lavorare”, racconta Kesi Rabari, casalinga di 37 anni, le cui figlie lavorano al Bera Safari Lodge. “Prima le nostre vite erano limitate ai campi”.

Vicino a un tempio, una femmina di leopardo aspetta il crepuscolo, quando cercherà un cane selvatico, una capra o un vitello come preda. Quando un villaggio perde il bestiame a causa di un leopardo, considerano l’evento come un’offerta al dio Shiva. Fotografia di Isabella Tree

Ma le voci girano e presto arriveranno i grandi hotel. Si tratta di una potente forza economica in India, con solidi legami governativi e con il Forestry Department. Preoccupati per l’impatto sul paesaggio e sulla propria cultura, gli abitanti di Rabari, aiutati da Pratap, stanno mobilitandosi per far designare Bera “riserva comunitaria”. Sarebbe la seconda in India e garantirebbe delle regolamentazioni, oltre a mantenere i guadagni all’interno dei villaggi.

“Al momento”, racconta Pratap, “puoi vedere al massimo quattro o cinque jeep turistiche che avvistano leopardi ed è sostenibile. Ma se non otteniamo lo status di riserva comunitaria, la situazione sarà stravolta. Saremo invasi da overlander e safari truck da tutte le parti. Ogni anno vengono costruiti tre o quattro nuovi hotel e a oggi non ci sono restrizioni sulle aree di costruzione. Ovviamente cercano i punti più d’effetto, le rocce dove vivono i leopardi”.

Preoccupa anche la possibilità che i grandi hotel portino con sé le proprie guide e il proprio staff. Lasciare da parte le persone del luogo, dice Pratap, è proprio l’aspetto che i parchi statali e nazionali in India sbagliano. Se manca il coinvolgimento diretto delle comunità locali nella protezione della fauna selvatica, il bracconaggio, soprattutto ai danni di leopardi e tigri, dilaga.

La petizione per ottenere il riconoscimento di riserva comunitaria è stata inviata nel 2015, ma non ha ottenuto risposta. Secondo Pratap, i grandi hotel fanno pressione sui governi locali affinché la ignorino e convincano i locali che è nel loro interesse lavorare con l’industria alberghiera. Quasi tutti i 21 villaggi di Bera avevano firmato la petizione, ma alcuni hanno cambiato idea. Più a lungo la petizione resterà silente negli uffici governativi, più sarà difficile ottenere lo status.

“Stiamo dimostrando che ce la caviamo benissimo come guardiani dei leopardi”, conclude Pratap. “Perché non possiamo lasciare questo luogo nelle mani della sua comunità, come esempio di convivenza per tutto il mondo?”.

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2019/03/26/news/i_villaggi_indiani_che_vivono_in_armonia_con_i_leopardi-4347744/?rss

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Redazione BlogCQ24
Articolo della Redazione BlogCQ24

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